Questa foto potrebbe valere 1 milione di euro: il valore di arte e foto

Molto spesso ci si interroga sul valore di una fotografia, sia che si parli di arte o di microstock. Recentemente è avvenuta una vendita considerata da molti assurda: il fotografo Kevin Abosh ha chiuso una vendita per 1 milione di euro di una foto chiamata “ritratto di patata”. Si tratta di una foto che a una prima occhiata potrebbe apparire banale e priva di qualunque valore. Cosa è dunque che da valore a quella foto?

Una volta, nel campo dell’arte, il valore poteva essere dato anche (o soprattutto) dalla bellezza e dalla difficoltà con cui un’opera veniva realizzata e diventava unica. Oggi l’arte è forse cambiata radicalmente nei suoi concetti.

Mi capita spesso di vedere in giro fotografi o “creativi” che si auto-definiscono artisti. Da informatico sostengo che una persona che si definisce da solo artista è come uno smanettone che si autodefinisce hacker. Ci sono titoli che non si possono prendere perché lo si è deciso. Oggi, più che nel passato, è necessario il riconoscimento di una comunità fatta di un vasto pubblico, di critici di nicchia e di media che costruiscano un business sopra le opere della persona. Forse un tempo un artista avrebbe potuto vedere che oggettivamente la bellezza delle sue opere era ineguagliabile e che dunque poteva considerarsi tale, ma oggi sono talmente in tanti quelli che prendono questa strada senza averne le caratteristiche che essere artista si trasforma sempre di più nel semplice e solo riconoscimento legato a un business deciso a tavolino e non a una vera e propria forma d’arte.

Ritornando alla foto, un caso analogo accadde qualche anno fa al fotografo Andreas Gursky che vendette una foto orizzontale della Senna per più di 3 milioni di dollari. Immediatamente in tutti i forum di fotografia, su Facebook e altri social si scatenarono i commenti e le critiche che più o meno si possono riassumere nella frase che fa il verso ai tre di “Tre uomini e una gamba”: “Il mio falegname con 5 mila lire la faceva meglio“.

La verità è che questi fotografi hanno costruito quel business di cui parlavo poche righe più in alto. Kevin Abosh ha iniziato a fare il ritrattista come un fotografo qualunque, scalando sempre di più le personalità che ritraeva. Una svolta di carriera fu, a detta sua, fotografare Johnny Depp. La sua strategia fu vincente (oltre che corretta, contrariamente a quello che pensano in tanti), cioè di vendere il suo servizio, che era fondamentalmente sempre lo stesso, a prezzi diversi che variavano in base alla celebrità e al reddito del ritratto. Perché mai ritrarre un attore famoso dovrebbe costare (all’attore) di più di ritrarre l’idraulico vicino di casa? Le ragioni sono tante, a mio avviso, per esempio il fatto che non tutti hanno l’opportunità, il carattere e la bravura (e la fortuna) di arrivare a certi livelli, pertanto il solo fatto di essere riusciti ad arrivare a quel punto deve essere in qualche modo ripagato (attenzione, parlo di chi ci è arrivato lavorando e studiando, non di b.d.c). Kevin, fotografando praticamente mezza Silicon Valley, è arrivato a questo punto, pertanto può permettersi di entrare nel giro in cui, se fotografa una patata, quella foto, che “il mio falegname con uno smartphone la faceva meglio”, può valere più di quanto un impiegato medio potrà mai ricevere come lordo nella sua intera carriera. Giusto? Ingiusto? Non è così semplice, ma questa è oggi l’arte dell’immagine. Se ci si riflette un attimo è così in quasi tutti i campi. Anche chi acquista degli abiti di marche di prestigio, alla fine, copra del cotone che è esattamente lo stesso di quello di marche “normali”, magari con la stessa lavorazione e qualità, ma ciò che lo rende “prezioso” è semplicemente la firma, il marchio.

Quindi, poiché io oggi non sono nessuno, la mia foto non vale un centesimo, ma vi consiglio di conservarla perché, non si sa mai, un domani potrei diventare un super artista e questa patata potrebbe valere un milione di euro.

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