Quanto è “grande” la luce?

La cosa più importante in una fotografia, come esplicita il nome stesso, è la luce. Solo la sua presenza è in grado di conferire colore, ombre e contrasto alla composizione. Senza la luce si avrebbe un fotogramma completamente nero. Pertanto, comprendere come la luce interviene sui soggetti è qualcosa di molto importante, sia da un punto di vista tecnico che da una prospettiva creativa e comunicativa.

In questo articolo vorrei introdurre il concetto di dimensione effettiva e dimensione apparente di una luce, un concetto particolarmente importante quando si ha la possibilità di controllare le sorgenti di luce, per esempio in studio, e si agisce con dei flash.

La prima cosa da capire è che la durezza delle ombre, cioè quanto risulta netto lo stacco tra le zone scure e le zone chiare, è determinato dalla dimensione della sorgente luminosa rispetto al soggetto. Lo schema seguente mostra come due sorgenti di luce di dimensioni differenti abbiano effetti differenti grazie proprio alla loro capacità di avvolgere il soggetto. La regola è molto semplice: quanto più grande è la sorgente di luce, quanto più morbide saranno le ombre e tanto meno contrastata sarà l’immagine. Questo è il motivo per cui, per esempio, in ritrattistica si usano quegli enormi softbox: essi infatti ingrandiscono la sorgente luminosa evitando che si creino ombre innaturali e molto accentuate sul soggetto.

Cattura

Per introdurre il concetto di dimensione effettiva e dimensione apparente della sorgente luminosa si pensi al Sole. La stella che da la vita a tutto quanto è enorme, eppure la sua distanza dalla Terra la rende quasi una sorgente di luce puntiforme. Infatti, basta guardare le ombre quando il Sole picchia in mezzo a un cielo azzurro per rendersi conto di quanto netto sia il distacco tra ombra e luce. Tuttavia, se il cielo è coperto da nuvole, ciò che accade è che non riusciamo più a distinguere le zone in ombra da quelle al sole. Le nuvole infatti agiscono da enorme softbox rendendo quindi la sorgente luminosa (che è sempre la stessa) enorme rispetto ai soggetti.

Questo esempio mostra che il sole, che ha una dimensione effettiva piuttosto elevata, risulta avere una dimensione apparente, se visto dalla terra, di una luce puntiforme. La stessa dimensione apparente viene modificata dalle nuvole che, intercettando la luce e spargendola in tutte le direzioni, trasformano la dimensione apparente in una superficie molto più grande.

La seconda regola molto semplice che si può dedurre da questi concetti geometrici è che se si è in studio, per ogni luce che si utilizza, si può singolarmente stabilire quale sarà il suo impatto di contrasto. Avvicinando una luce (e dunque mantenendone la dimensione effettiva uguale) avrò aumentato la dimensione apparente rispetto al soggetto e dunque avrò diminuito il contrasto. Dovrò comunque ricordarmi di applicare la legge dell’inverso del quadrato per bilanciare l’esposizione in base alla distanza della luce e la potenza del lampo.

Si può calcolare con precisione matematica quale sia la dimensione della luce, nel caso si voglia essere millimetrici, ma nella mia esperienza non ci si sofferma praticamente mai sui numeri e ci si affida al buon senso. In fondo, una volta capita la regola, si tratta solo di spostare avanti e indietro il soggetto o le sorgenti luminose, aumentando o diminuendo la distanza a piacimento. Ai più precisini che vogliono divertirsi con la matematica, suggerisco di andarsi a guardare il teorema di Talete, i triangoli simili e le proporzioni… sono sicuro che alla fine concorderanno tutti con me che il buon senso e un po’ di sana esperienza faranno risparmiare un bel po’ di tempo nel posizionare i flash in studio.

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