Punti di messa a fuoco: chi più ne ha, più ne metta (o forse no…)

La mia prima fotocamera digitale, una Fujifilm compatta con cui ho scattato tantissimo e che avevo tendenzialmente sempre con me, non mi permetteva né di sapere quanti punti di messa a fuoco avesse, né quanti ne stesse usando. Era tutto automatico. Cominciai a scoprire cosa fossero e a cosa servissero quando nella mia prima reflex, una Nikon D50, vidi 5 rettangolini al centro del mirino che, ogni volta che iniziavo la pressione sul pulsante di scatto, lampeggiavano.

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Ma cosa sono i “punti di messa a fuoco” veramente? In realtà questi punti sono delle aree dell’immagine dove la fotocamera, tramite l’obiettivo (oppure l’obiettivo stesso), cerca di posizionare con varie tecniche (una su tutte la massimizzazione della nitidezza attraverso il contrasto) il piano di messa a fuoco. Ciò significa che quando si utilizza l’autofocus, cioè la messa a fuoco automatica di cui ormai sono dotate tutte le macchine fotografiche e quasi tutti gli obiettivi, ciò che avviene è che questo piano viene spostato in avanti e indietro rispetto all’obiettivo, finché non raggiunge il massimo punto di nitidezza relativo alla piccola area selezionata intorno al rettangolino scelto.

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La domanda successiva è: ho lasciato alla fotocamera la scelta automatica dei punti di messa a fuoco, come fa a capire e cosa succede se ne sceglie più di uno? Quando si lavora in modalità completamente automatica, la fotocamera cerca di “intuire” cosa vogliamo mettere a fuoco, per esempio se riconosce dei volti (le più avanzate usano anche il riconoscimento della scena) o se molti dei punti di messa a fuoco raggiungono la massima nitidezza in punti vicini tra loro. In quel caso, bisogna considerare che le zone che saranno a fuoco nell’immagine, saranno tutte quelle che, stabilito la posizione del piano di messa a fuoco, rientreranno all’interno della profondità di campo (determinata dall’apertura del diaframma).

Da queste premesse è facile intuire che se si vuole avere il massimo controllo di cosa mettere a fuoco e di come gestire la sfocatura, è necessario evitare modalità troppo automatiche. In fotografia macro, per esempio, dove la profondità di campo può essere ridottissima e la messa a fuoco è fondamentale, si passa addiritura spessissimo alla modalità manuale.

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Cercando di fare un po’ d’ordine, di solito nelle fotocamere ci sono almeno 3 modalità:

  • 3D o “matrix” a seconda dei modelli: si tratta della modalità i cui si ha meno controllo e in cui si lascia alla fotocamera la scelta, in base ai punti di messa a fuoco resi disponibili, di posizionare il piano di messa a fuoco in modo che sia quanto più forte possibile lo stacco tra lo sfondo (sfocato) e il soggetto (a fuoco).
  • Modalità dinamica a più punti: a seconda della fotocamera, in pratica vengono selezionati un certo numero di punti (e.g. 9) tra quelli disponibili e la fotocamera si preoccupa di ottenere la migliore messa a fuoco possibile calcolando il risultato a partire da quei nove punti
  • Modalità manuale: si tratta della modalità con il massimo controllo in cui si sceglie manualmente uno dei punti disponibili in cui la fotocamera cercherà di posizionare il piano di messa a fuoco nel modo più preciso possibile

Il numero di punti di messa a fuoco varia da modello a modello. Prendendo come esempio la sequenza Nikon D50 (5 punti di messa a fuoco) la D5000 (9 punti di messa a fuoco) e la D7100 (51 punti di messa a fuoco), possiamo notare che con l’evoluzione, tutte le marche hanno aumentato drasticamente la quantità.

Ci sono tuttavia vantaggi e svantaggi nell’uso di tutti i punti disponibili. Sia chiaro, meglio averne di più, ma è una buona cosa anche poter scegliere di usarne soltanto 9 o 21 o 45. Il perché risiede nel fatto che, quando si opera in modalità manuale, e quindi si vuole avere il massimo controllo della posizione del piano di messa a fuoco, avere 51 punti tra cui muoversi può rendere difficoltoso spostarsi da un punto all’altro del fotogramma. Infatti, se si compone la scena e poi si volesse mettere a fuoco in un punto preciso in alto a destra, e poco dopo si volesse mettere a fuoco in basso a sinistra, ci si dovrebbe muovere utilizzando la pulsantiera della fotocamera di punto in punto fino a giungere a quello desiderato. Meno punti significa meno tempo per raggiungere la posizione desiderata.

In realtà si tratta molto più di abitudine che di altro. Le fotocamere reflex anche entry-level sono infatti dotate ormai da diversi anni, della possibilità di selezionare la modalità di autofocus che più si avvicina allo stile. In particolare si possono usare due o tre tipi di modalità predefinite (userò principalmente la dicitura Nikon):

  • AF-S: Significa letteralmente “AutoFocus Single” (su Canon è One-Shot) è significa che una volta che avrà messo a fuoco, la fotocamera terrà quella distanza del piano di messa a fuoco fintanto che non sarà effettuato lo scatto o finché non verrà rilasciato il pulsante.
  • AF-C: Significa “AutoFocus Continous” (AI Servo su Canon) cioè la fotocamera tenterà continuamente di mettere a fuoco il soggetto, quindi mantenendo la pressione del pulsante di scatto, se ci si dovesse spostare, la fotocamera aggiusterà la distanza del piano di messa a fuoco.
  • AF-A: non è una vera modalità, significa “AutoFocus Auto” (su Canon è AI Focus) e in questo modo la fotocamera cerca di stabilire quale delle precedenti due modalità sia la più corretta in quel momento

In che condizioni si utilizzano le due principali modalità (singolo e continuo)? Nel caso in cui si debba “seguire” un soggetto, per esempio il cagnolino che corre per casa, sarà sicuramente più utile la modalità continua, in quanto la distanza tra il cane e la fotocamera potrebbe variare anche rapidamente e non si avrebbe il tempo, facendolo a mano, di aggiustare il focus. La modalità singola è invece utile per avere il massimo controllo della profondità di campo in relazione alla distanza del piano di messa a fuoco. Infatti in modalità AF-S è possibile selezionare una distanza di messa a fuoco e bloccarla e successivamente spostarsi per ottenere il risultato che la fotocamera potrebbe considerare scorretto ma che è invece quello che si desidera fare.

Personalmente utilizzo molto spesso la modalità AF-S perché mi piace avere il controllo massimo sullo scatto finale e con questa modalità posso permettermi di tenere un singolo punto di messa a fuoco, per esempio al centro, mettere  a fuoco e poi comporre la scena. Ovviamente la modalità cambia a seconda di quello che devo fare. Se vado al parco con il fido Buddy, di sicuro so che non starà li fermo in posa e magari preferisco cambiare verso AF-C o AF-A.

Il controllo della messa a fuoco è una cosa fondamentale da valutare nelle proprie reflex e bisogna trovarsi a proprio agio su come modificare velocemente le impostazioni. Molte reflex tra le entry level forniscono solo dei comandi a livello del menù principale per modificare queste impostazioni. Modelli più avanzati, professionali o semiprofessionali come la D7100 hanno invece dei comandi che è importante imparare a conoscere bene. In quest’ultima, per esempio, per poter cambiare la tipologia di messa a fuoco (da 3D a singolo punto alla modalità dinamica a più punti) e la modalità (AF-S, AF-C, AF-A), è sufficiente tenere premuto il pulsantino vicino all’attacco dell’obiettivo, dove c’è anche la levetta della messa a fuoco manuale o automatica, e girare le ghiere che normalmente si usano per modificare tempo di esposizione e apertura.

Chiaramente questa cosa cambia da modello a modello, quindi suggerisco (se non la si trova velocemente dando uno sguardo ai vari pulsanti) di consultare il manuale di istruzioni e poi di iniziare a sperimentare da subito per trovare il proprio stile il prima possibile!

Qui trovate alcuni trucchi su come mettere a fuoco più velocemente.

Inoltre trovate questo e tanti altri consigli nel mio eBook: I Segreti della Luce

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