Notizia d’agenzia: Gigante terrorizza la città

Che titolo, eh? In realtà questa è solo una piccola riflessione sulla scelta dell’agenzia Reuters di chiedere ai propri fotografi di inviare solamente file jpeg così come scattati in camera. Questa notizia tocca diversi argomenti di discussione piuttosto caldi nell’ambiente fotografico e ha quindi sollevato un certo polverone.

La maggior parte si sono focalizzati sul fatto che l’agenzia tra le più note del mondo abbia “bandito” il formato “raw”. Questo in realtà non è del tutto vero. Nel suo comunicato ai fotografi che contribuiscono con le loro foto, infatti, l’agenzia dice esplicitamente che se si vuole scattare in raw, lo si può fare tranquillamente, ma che si raccomanda (se si vuole continuare a lavorare con loro), di scattare contemporaneamente in jpeg e inviare solo il file pre-elaborato dalla fotocamera.

Il problema che è stato discusso è, ovviamente, quello che colpisce i fotografi con la solita storia del “la foto deve essere buona in camera”, e conseguente risposta: “lo sviluppo della foto è importante e serve anche a dare la giusta visione della realtà” (nel caso dei reportage giornalistici). La diatriba è di lunga data. Alcuni (spesso tra i meno preparati tecnicamente) pensano che la foto in raw abbia un qualche genere di senso e che si debba averla buona senza bisogno di alcuno sviluppo. Tuttavia questa è una interpretazione quanto meno parziale poiché il jpeg che esce dalla fotocamera è semplicemente frutto di uno sviluppo basato su impostazioni predefinite che nulla sanno della scena. Il raw è ciò che contiene tutte le informazioni utili anche per dare la corretta gamma dinamica al risultato finale e non è una foto in sé. Ciò che accade è che la gente (e a detta di molti fotografi anche la Reuters) è che si confonda lo sviluppo (obbligatorio affinché si abbia un jpeg) e il ritocco (alterazione anche sostanziale della foto).

Ma venendo al problema, in realtà la questione dell’agenzia è molto più semplice di quel che si pensi. In pratica, in un momento in cui c’è un acuirsi della crisi dei media giornalistici, e un sovraffollamento di contenuti (anche ad alto valore) che vengono letteralmente regalati dagli utenti dei social network (Periscope, Youreporter, etc), Reuters ha deciso di valorizzare di più la velocità alla qualità. Cosa c’è di male in questo? Se un’agenzia, per campare, vende foto e tali foto perdono il 90% del loro valore se, pur essendo bellissime e tecnicamente perfette, arrivano 10 minuti dopo una foto fatta con un iPhone e pubblicata sulla pagina facebook di un utente qualsiasi (anche gratis), chi non farebbe la stessa scelta?

La questione più spinosa è però quanto l’agenzia abbia scritto per giustificare la scelta di accettare solo jpeg senza alcuna elaborazione: essi hanno infatti parlato di velocità ma hanno poi anche aggiunto che le motivazioni erano principalmente etiche, poiché vogliono evitare che il fotografo alteri la realtà dei fatti con photoshop. Perché Reuters abbia aggiunto questa puntualizzazione per me rimane oscuro, ma la mia idea è che l’agenzia abbia pensato che dire esplicitamente ai fotografi (che fanno della loro professione un’arte e una passione) che non gliene frega nulla della qualità, basta che arrivi in tempo, fosse poco carino e fosse quindi doveroso aggiungere ulteriori giustificazioni.

Adesso, posto che secondo me, se avessero voluto rafforzare il concetto, avrebbero potuto semplicemente dire di mandare entrambi (e poi il raw lo archiviavano), in modo da avere uno strumento di verifica sulle elaborazioni fatte, la Reuters avrebbe semplicemente potuto dire che i file dovevano essere inviati il più rapidamente possibile e in formato jpeg già sviluppato, se possibile insieme al grezzo originale. Tutto sarebbe stato più semplice.

Focalizzandosi sulla loro giustificazione etica e ritornando alla foto e al titolo del post, l’alterazione della realtà dei fatti è davvero qualcosa che concerne Photoshop? Recentemente una giornalista ungherese ha perso il posto perché è stata ripresa a sgambettare (per quale motivo non sta a me dirlo) un profugo in fuga. Che si stesse difendendo o che volesse solo scattare la foto del poveretto in difficoltà, questo lo sa solo lei. Ma quello che poi viene ripreso e che trasmette il messaggio non è forse in mano al fotografo e alle sue capacità di osservare la scena, scegliere la prospettiva, inquadrare e tagliare fuori dal frame delle informazioni anche importanti?

Ah per la cronaca, la fotodell’articolo non è mai stata un raw…

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedInPin on PinterestShare on TumblrShare on RedditDigg thisEmail this to someone

Commenti

commento