DPI e PPI: quando si fa confusione con la risoluzione

La risoluzione di un’immagine è spesso confusa con varie altre misure come la qualità o la dimensione di stampa. Più volte mi è capitato di inviare delle fotografie in formato digitale affinché venissero impaginate per una stampa e mi venisse chiesto di modificare i DPI (dots per inch, ovvero punti per pollice) perché la foto era a “bassa risoluzione”.

Facendo un po’ di storia, quando il digitale non era così diffuso, soprattutto sulla carta stampata, la risoluzione delle immagini veniva effettivamente misurata in DPI, tuttavia si trattava più che altro di una misura dovuta alla capacità di stampa delle rotative o delle stampanti che erano in grado di versare una certa quantità di “punti” di inchiostro in un pollice. Infatti, la risoluzione delle stampanti si misura in quanti punti riescono a mettere in una certa quantità di spazio. Va da sé che più è alto il numero, per esempio 600 DPI, migliore sarà la qualità della stampa. L’idea è un po’ come quella di una tv a led: tanti più pixel avrà, maggiore sarà la qualità dell’immagine. Allo stesso modo, se la sorgente, cioè l’immagine, ha meno punti di quanti il dispositivo ne può stampare o mostrare, allora la foto non sarà sufficiente per sfruttare al meglio quel canale.

Questo retaggio analogico, ha creato non poca confusione quando il supporto è del tutto digitale. Per esempio, se scatto una foto con una fotocamera da 24 megapixels e la imposto a 10 DPI (che nella stampa sono una risoluzione davvero pessima), nel momento in cui la mostro a tutto schermo su una TV 4K, avrò problemi di risoluzione? Perderò qualità dell’immagine? A tal proposito, i PPI altro non sono che lo stesso concetto riversato sulla densità di pixel per pollice di uno schermo digitale.

Se hai risposto si, allora non hai capito bene. La risposta corretta è ovviamente no. Infatti, una TV 4K non guarderà ai DPI, ma cercherà di sapere se l’immagine ha abbastanza punti da mostrare. Applicando un po’ di matematica di base, è facile scoprire che una foto a 24 megapixels ha (circa) 6000×4000 pixel mentre un televisore 4k ne ha circa 4096×2160 quindi non importa a quanti dpi sarà stata esportata la foto, perché avrà sempre e comunque più punti di quanti una TV 4K potrà mostrare.

Quando invece parliamo di stampa, allora i DPI cominciano ad avere più senso, ma sempre sul fronte della stampa. Ormai tutti i software di impaginazione e stampa sono perfettamente capaci di regolare i PPI della stampante, una volta stabilita la dimensione di stampa, sulla base di quanti megapixel sono a disposizione sull’immagine. Tuttavia in molti desiderano ancora avere la “pappa pronta”. Per esempio, una testata giornalistica potrebbe chiedere a chi cura la fotografia, di avere la foto già pronta per essere stampata, cioè in modo da non richiedere modifiche di dimensione manuali (cosa abbastanza rara, che io sappia).

Tuttavia, come si fa a dire se una foto è “piccola” per essere stampata su un certo giornale? Per poter fare un’affermazione del genere bisogna fissare almeno due parametri: la dimensione di stampa e la risoluzione della stampante. Supponiamo di essere in una rivista ad alta qualità: verosimilmente la stampante avrà la capacità di usare almeno 600 PPI. Una foto a tutta pagina potrebbe avere la dimensione anche di 30x40cm (circa 12×22 pollici). Applicando un po’ di matematica, poiché i 600 DPI sono punti in una singola linea, possiamo dire che in un singolo pollice quadrato (area) ci saranno 600×600 punti = 360.000. Su una superficie di 12×22 pollici quadrati, cioè 264, avremo quindi circa 95 milioni di punti. Verrebbe dunque da pensare che servano 95 megapixel per stampare un’immagine così grande, no? Sbagliato! Infatti una stampante ha un numero limitato di colori che può usare, per esempio quelle che abbiamo a casa hanno 4 colori (CMYK, quadricromia), cioè ciano, magenta, giallo e nero. Ciò significa che per riprodurre un punto di un certo colore, sarà necessario utilizzare una combinazione di un certo numero di punti fisici. Questa informazione, in una fotocamera, è già presente in ogni singolo punto. Per esempio, una reflex con una gamma dinamica decente, potrebbe avere fino a 12bit che descrivono il singolo punto di colore. Dunque, evitando di aggiungere formule matematiche che sono facilmente reperibili su Wikipedia, possiamo dire che per una profondità di colore abbastanza buona, i megapixels da riempire saranno circa i 2/3, quindi una sessantina (immagine a 24bit).

Ok, quest’ultimo passaggio forse era più complicato, ma serve semplicemente per dire che nel digitale, se vengono fissati dei parametri, gli altri sono calcolati in maniera automatica. Dunque se io scatto una foto digitale, la risoluzione sarà dettata solo dal numero di pixel e non dai DPI che possono essere impostati nei suoi metadati. Questa informazione sarà utilizzata dai programmi che si interfacciano con le stampanti per calcolare la dimensione in uscita. Per esempio, se una foto di 6000×4000 pixel ha una risoluzione di stampa di 300dpi e una profondità di 24bit (8 bit per canale che è più o meno lo standard dei jpeg attuali) e viene mandata in stampa così com’è, senza passare da elaborazioni, verrà stampata a circa 50×33 centimetri (o ritagliata se il supporto è più piccolo). Se invece si chiede alla stampante di “adattare” la foto alla pagina, ciò che avverrà è che, poiché la stampante non è in grado di aumentare la densità dei punti in un pollice, che l’immagine verrà ridotta di qualità (e di dimensione) per poter coincidere con la dimensione di stampa desiderata.

Un’ultima considerazione: 600 dpi sono tanti… ho visto riviste stampare anche a meno di 300 dpi (che è considerato il valore più diffuso per la stampa). Una fotocamera attuale, anche entrylevel, ha normalmente più di 20 megapixels e con 24 è possibile stampare tranquillamente foto a dimensione reale di 50×33 centimetri… la prossima volta che qualcuno ti dice che la foto che gli hai inviato (a 6000×4000 pixels) è “piccola”, digli di pensarci due volte…

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