Dove si ferma il diritto d’autore?

Qualche tempo fa un fotografo si è trovato in una situazione assurda: in tribunale contro una scimmia. Non si tratta di uno strano film con un primate come protagonista, bensì di un caso reale di contenzioso sul diritto d’autore di alcune fotografie. Il fotografo in questione è David Slater e a fargli causa è stata Wikimedia in difesa dei diritti di una scimmia che si sarebbe scattata un selfie con la fotocamera del fotografo. L’evento è accaduto nel 2011 e da allora il fotografo ha dovuto affrontare spese legali e tanto stress, al punto che recentemente, quando il caso è arrivato alla corte federale, pare che abbia affermato di non avere i soldi per partecipare fisicamente e che la disputa lo abbia letteralmente mandato in rovina economica.

Al di là della questione specifica, questo caso mi ha fatto riflettere su di una domanda che bisognerebbe porsi di fronte a una qualsiasi opera dell’intelletto, laddove si voglia assicurare eventuali riscontri economici: dove si ferma il diritto d’autore? In teoria un’opera dell’intelletto è qualcosa che è stato concepito da un essere intelligente con uno scopo e che produce, con effetto immediato dal momento della produzione dell’opera, un diritto inalienabile (neppure il proprietario stesso può opporsi a tale diritto), tale per cui egli è l’unico proprietario dell’idea, del concetto e dunque del potere di permettere o non permettere l’utilizzo della sua opera. Insomma, il diritto d’autore, per quanto riguarda le opere dell’intelletto, è qualcosa che dovrebbe in qualche modo tutelare chi produce qualcosa, per l’appunto, come frutto della sua creatività e intelligenza.

Nel corso della storia ci sono state diverse dispute sulla proprietà intellettuale, ma la maggior parte delle volte si trattava di plagio, di furto o di contenziosi abbastanza ragionevoli, dove a sapere la verità dei fatti sarebbe stato abbastanza facile determinare di chi fosse il diritto d’autore. Il caso di David Slater, invece, si pone in una categoria molto più grigia. Sebbene sembri ovvio che il macaco non possa essere considerato come il “padre” dell’opera, alcuni giudici non l’hanno dato così per scontato.

Ma volendo provare a fare un esercizio più ragionevole, proviamo a immaginare una situazione come la seguente: due fotografi si trovano in uno studio e insieme compongono la scena, posizionando gli oggetti e i soggetti, le luci e tutti i dettagli. Entrambi scattano la stessa foto da una fotocamera che non appartiene né all’uno né all’altro, posta su di un treppiedi, dunque producendo esattamente lo stesso scatto, cioè due file raw identici bit per bit. Chi dei due potrebbe rivendicare la proprietà intellettuale? Partendo da questo caso si possono creare varie situazioni ambigue. Per esempio, chi sarebbe l’autore della foto se uno dei due fotografi avesse composto interamente la scena e l’altro avesse semplicemente premuto il pulsante della fotocamera e fosse venuto in possesso del file raw?

Dunque, andando oltre ai metodi che si possono usare per proteggere le proprie foto e il proprio diritto intellettuale sull’opera e avendo inteso che non basta apporre un watermark su di una foto per proteggerla o renderla propria, credo che questo caso debba farci riflettere sul fatto che sia importante considerare come tutelare la paternità della propria opera anche durante il processo creativo e produttivo e non solo quando ci si trova di fronte all’opera finale.

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