#AmiciDellaFotografia: Guido (Simenza)

28/01/2017 Photography 0 Comments

Raccontaci un po’ la tua storia di fotografo

La mia storia come fotografo è allo stesso tempo molto recente e molto antica. Da piccolo ricordo che possedevo una piccola compatta a pellicola, cui si aggiunse una polaroid. Uno dei limiti tipici della tecnologia analogica è quello di avere un costo fisso per ogni fotogramma. Per questo motivo, con tutte le ragioni del mondo, mia madre mi spiegò allora che dovevo limitare le foto solo a soggetti importanti. Ed io interpretai la cosa come “foto a monumenti” e “foto a persone vicino ai monumenti o durante eventi importanti”, ovvero classiche foto da turisti/occasione. Non considerando tutto ciò particolarmente interessante, in poco tempo smisi di fare foto. Dai 12 ai 30 anni non ho scattato quasi nulla. Ricordo benissimo che preferivo in gita lasciare la macchina a casa, perché era più il rischio di perderla che non altro.

Negli anni molte cose sono cambiate nella mia vita e nella fotografia in genere. Il digitale, mio fratello minore che si appassiona alla fotografia e compra la prima dsrl di famiglia, il fatto di avere iniziato a viaggiare e la scoperta personale che la foto è molto più che un qualcosa di legato al fissare i ricordi. A 29 anni mi sono ritrovato con una vecchia compatta digitale a girare per San Pietroburgo ed a soffrire per la differenza fra quello che vedevo e la riuscita delle foto (i colori soprattutto). Un anno dopo, ovvero tre anni e mezzo fa, finalmente mi decisi a investire un bel gruzzolino (relativo, ma comunque importante) in una Pentax K-30 che ancora mi accompagna fedele. Avendo avuto modo di provare la macchina di mio fratello, una Canon di cui non ricordo il modello, avevo già potuto constatare le difficoltà tecniche nell’uso di una dsrl. Il mese precedente all’acquisto l’ho passato a studiare fotografia ed a farmi un’idea teorica di cosa fossero sensibilità, profondità di campo, ecc. Fu uno studio molto lacunoso che posso sintetizzare con un aneddoto divertente: non capivo per quale motivo dovessi tenere di preferenza il sole a destra mentre scattavo (in una contorta interpretazione dell’espressione “esponi a destra”, che fa riferimento all’istogramma… cosa di cui allora disconoscevo l’utilità). Nonostante la grande confusione che avevo in testa, arrivata la macchina ero già in grado di provare a lavorare in manuale (l’ho fatto per anni, come forma di studio) e fare i miei errori ed imparare da quelli.

Mio padre aveva un vecchio cinquantino per Pentax rotto (non metteva a fuoco ad infinito), che è stato uno dei motivi che mi ha fatto propendere per questa marca ed è diventata la mia prima ottica, accanto al 18-55 di ordinanza. Nel tempo, scoprendo che i generi fotografici più vicini alla mia sensibilità fossero lo street, il reportage e, in parte, l’architettonico, mi sono munito di un 28mm (l’obiettivo che uso di più), un 55mm vintage ed un 85mm. E recentemente ho iniziato a lavorare anche con l’analogico (è bello potere usare lo stesso parco obiettivi passando da un tipo all’altro di fotografia).

Mi considero qualcuno che ha ancora tanto da imparare (non per nulla sto seguendo corsi), ma ogni tanto capita di lavorare come fotografo di scena per cortometraggi o web series o di collaborare con compagnie teatrali. E sono tutti lavori molto stimolanti.

Una delle cose che caratterizza il mio lavoro, accanto ad aspetti tecnici come la ricerca di una certa geometria, è sicuramente il fatto di non utilizzare nessun software di elaborazione grafica a licenza proprietaria. Ad esempio, di solito lavoro i RAW su Darktable sopra un sistema Linux.

Tra il 2015 ed il 2016 ho partecipato/organizzato anche due piccole esposizioni qui a Parigi, dove vivo.

Che cosa significa per te la fotografia?

Per il momento la fotografia è tante cose. Non sapendo come rispondere, mi permetto di parafrasare Henry Cartier-Bresson e dire che la fotografia non mi interessa, m’interessa la vita. Ed aggiungere che la vita fotografata è allo stesso tempo quella che si vede ed è riprodotta, ma anche la mia, la mia storia, il mio presente e la mia proiezione verso il futuro. In questo senso, la foto è messa in scena della vita. O almeno, è anche questo.

Parlaci di un tuo sogno fotografico

Beh, molto immodestamente, o forse molto modestamente, uno dei miei sogni legati alla fotografia è quello di provare di fronte ad una serie di scatti miei, quello che provo di fronte al lavoro di classici come Cartier-Bresson, Gruyaert, Rodtchenko, Barbey, Salgado, Battaglia, etc. E non nel senso di omaggiarli, ma di sviluppare un’originalità simile. Recentemente ho comprato un volume di foto dei pionieri russi dell’arte fotografica. Quando si ha la possibilità di studiare certe linee compositive, soprattutto di Rodtchenko, si resta a bocca aperta e da fotografo non posso che provare un misto di ammirazione ed invidia/rabbia. Similmente la maniera con cui Gruyaert ha lavorato i colori è spiazzante. Non sono più riuscito a lavorare in bianco e nero per mesi, dopo aver studiato la sua opera. Ecco, potermi avvicinarmi a tale impatto, senza semplicemente provare a replicare il loro lavoro, è una delle molle che mi spinge a scendere di casa con una reflex a tracolla.

La foto dell’articolo è di proprietà di Guido (Simenza). Qualsiasi uso da lui non autorizzato non è lecito.

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